Senza contesto non si può comunicare nulla in maniera efficace.

Di questo ne sono assolutamente convinta: che sia in vetrina, per la presentazione di un prodotto o per una sfilata senza di esso è impossibile dar vita ad una storia.

Molto spesso sottovalutato eppure così importante per riuscire a trasmettere idee e atmosfere.

Come designer di fatto noi creiamo contesti. Ambientazioni.

L’ art direction riguarda proprio l’aspetto dei concetti.

Non si tratta di realizzare un pezzo unico per il puro gusto di farlo né di una festa per gli occhi: ha il preciso scopo di incorniciare, potenziare e veicolare il messaggio finale.

Un contesto sbagliato o troppo discordante dal concept porta ad una comunicazione errata o, peggio, non dice nulla.

Basti pensare ad un prodotto pensato per un determinato target e poi sviluppato con materiali e colori assolutamente fuori luogo.

Il contesto è tutto - Progetto Menodue

Un’installazione che ricordo con molto piacere fu per la presentazione di una collezione di intimo, tutta fatta di merletti, slip a vita alta anni 40 ed un tripudio di panna e rosa antico.

Facemmo una lunga ricerca per riuscire a contestualizzarla e dar vita ad ambiente dal sapore retrò e surreale ispirata alla figura di Marlene Dietrich o a certi scatti di Tim Walker: motivi floreali d’antan a sfondo, ricerca dei pezzi giusti come vecchi termosifoni in ghisa e suppellettili vari in un continuo via vai tra svuota soffitte e robivecchi.

Ma è nel piccolo e grande schermo che l’art direction raggiunge punte davvero sublimi.

Ricerca, sketch, analisi del budget, deadlines serrate: il lavoro del set designer si avvicina molto al nostro.

Ammetto che il gusto per le atmosfere ce l’ho fin da piccola. Ricordo ancora un telefilm dove la protagonista era una ragazza di trent’anni single che viveva a Minneapolis.

Si chiamava Mary Tyler Moore e il suo appartamento iconico mi affascinava: dai piani sfalsati alla vetrata decorata che si poteva abbassare o alzare per nascondere o meno la cucina compact.

Invidiavo la sua casa e il suo stile di vita.

Il contesto è tutto - Progetto Menodue

Potenza dello storytelling.
Pensate alla moquette geometrica nel film Shining su cui Danny fa slalom tra i corridoi col suo triciclo. Un ripetersi ossessivo di motivi geometrici dai colori cupi che creano piano piano angoscia.

Se fosse stata rosa confetto o celeste avrebbe sortito lo stesso effetto?

O il double R della serie madre di tutte le serie tv, Twin Peaks, tutto giocato sul rosso e sui neon, quasi ad avvolgerci e a farci assaporare a “good damn cherry pie”.

O anche lo stile cosy dell’appartemento di Monica e Rachel in Friends, incasinato come la vita delle due amiche.

A volte è la location ad offuscare la storia e gli attori.

Dal gotico e inquietante Dakota Building di Rosemary’s Baby alla residenza Schaffer in A single man, splendido esempio di architettura mid- century che coi suoi spazi cadenzati e perfettamente organizzati riflettono la personalità del metodico professor Falconer.

E infine un film che deve ancora uscire ma di cui attendo con trepidazione l’uscita.

Call me by your name del regista Luca Guadagnino.

Primo perchè è tratto da un libro che ho letto tutto d’un fiato, secondo perché la casa è di fatto la trasposizione visiva di un tempo che fu: “da qualche parte in Italia a metà degli anni 80”.

È il luogo dello spirito (come viene chiamata nel libro) perché testimone e custode dei ricordi di uno struggente primo amore estivo.

Terzo, perché questa casa esiste davvero e si trova a una quindicina di chilometri dal nostro studio.

Il film infatti è stato girato da queste parti la scorsa estate. Qui, nella calma della pianura padana dove il tempo a volte sembra fermarsi.

Per la precisione a Moscazzano, un paese limitrofo di neanche 800 abitanti dove sorge la splendida villa Albergoni.

Negli still per Another Magazine potete vedere in anteprima i set, come la stanza di Elio dove i giochi in scatola come Cluedo sono volutamente sistemati in una mensola a prendere polvere, segno inequivocabile che l’infanzia è finita, c’è poi la bacheca in legno porta cassette perché erano gli anni del walkman, mentre, sul muro, una stampa di Mapplethorpe e un poster di Peter Gabriel sembrano anticipare la scoperta del vero sé del protagonista.

Il contesto è tutto - Progetto Menodue

Nulla è lasciato al caso in un set design ma è un susseguirsi di metafore e simbolismi.

Ecco perché il contesto è tutto.

La sua comunicazione non verbale ma immediata dà forma dunque al messaggio finale determinandone il successo o l’insuccesso semplicemente grazie al potere visivo che riesce di volta in volta ad emozionare, inspirare e catapultarci in una dimensione diversa.

Come la fantasia.